martedì, 20 novembre 2007

Donne, madri e compagne

Ci sono donne che sono ottime governanti, ma non lo sanno.
Ci sono donne che sono pessime compagne ed ottime governanti, ma non lo sanno.
Ci sono donne che sono ottime madri, ottime governanti, pessime compagne, ma non lo sanno.
Casa linda, profumo di sugo, odore di bucato, bambini gioviali in braccio alla tv.

Ci sono molte coppie che si uniscono per disunirsi quando la donna si elegge a regina della casa.
Ci sono donne che vivono per avere una propria casa ed un compagno che gliela dia.
Ci sono donne che vivono nell'attesa di avere una casa, almeno un figlio ed un compagno che glielo dia.

Madre, madre natura ha si dato il dono dell'utero, ma non quello di essere Madre.
Madre per dono divino, padre per l'occasione.
Ci sono donne che sono ottime governanti, ma pessime madri.

Poi un giorno scoprono la noia, la depressione, la voglia di evasione... dai figli, dal bucato,  dal compagno non riconoscente, dalle camicie da stirare, da quel regno-prigione e allora... gli scappa l'amante e scoprono che il proprio compagno non è stato un ottimo compagno, ma solo il padre dei suoi figli.

E giù i pianti e giù la vittima e giù giù sull'amante.

L'amante oggi, l'amante domani e si riscopre il piacere dell'intrigo, del cuore che batte, del sesso vorace, e la vita che si veste di nuovo e così il bucato, i panni da stirare, la cera da passare, il salotto da spolverare, le tende da lavare... diventano noie da cacciare.

Ci sono donne che non sono governanti, che sanno che essere madri non è un dono naturale, né un diritto divino, ma sanno essere ottime compagne. Loro non avranno amanti, ma compagni con cui giocare.

Ci sono donne a cui si dovrebbe dare una casa di Barbie ed un bambolotto con cui giocare per sempre.

E non ti dico ti amo per non darti l'illusione dell'amore, ti chiedo pazienza e conoscenza, amicizia e sorrisi, di salire su di un treno preso a caso senza sapere dove scendere.

Non ti amo per non lasciare lacrime inutili, sono un uomo nudo, non porto lacci, ti dirò ti amo quando starò per morire, per lasciarti la certezza, un cuore negli occhi ed il passato nei ricordi.

Ora dimmi frasi sciolte mentre ascolti suoni e fiabe, perché ho bisogno di non pensare a ciò che desideri, di non vedere l'attesa nei tuoi occhi, di non avere certezze incerte di amori impalpabili.

Abbracciami e lasciati andare sui binari, nel vento, nel sole e nella pioggia.

Abbracciami pensando che sia l'ultimo abbraccio, l'ultimo respiro tra noi due, senza tristezza, senza dolore, col sorriso e la leggerezza di un bimbo davanti ad un regalo.

Abbracciami e lasciati andare al suono delle note, al respiro del cuore, alle carezze delle mani, perché oggi non è il domani e il domani potrà non essere oggi.

 


Note: I Just Called to Say I Love You
Antares alle 18:30 in:
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mercoledì, 07 novembre 2007

E nacqui

Un vagito, un pianto e nacqui.
Il seme di un momento, di un caso magari voluto, era germogliato. Un germoglio di numeri.
Un altro numero era giunto sul luogo del tempo determinato. Un insieme di elementi che se associati ognuno ad un numero danno un numero complesso, l'essere unici, l'essere noi. Combinazioni casuali, senza segni e disegni, l'alea della combinazione crea esseri, abbozza persone.
Il germoglio crebbe, i numeri che lo formarono furono le radici, il nutrimento sarebbe stato un'incognita, come un'incognita sarà poi la vita.
E nacqui.

Grandi ed inconsapevoli fantasie, presenze ed assenze, hanno accompagnato l'inizio del viaggio nel tempo determinato. Da quell'inizio un conto alla rovescia svolse sul cammino il filo di un tempo determinato, tra percorsi stretti o ampi, nei vicoli e nelle piazze: frazioni di storia.
Ho guardato occhi, ho annusato profumi e visitato spiriti, ho imparato e conosciuto, ho assorbito e rifiutato leccornie e brandelli di carne, forse sbagliando, magari precipitando nel disordine di un ordine sconosciuto, ma non c'è tempo per rivedere, non c'è tempo per guardare indietro, è tempo sprecato.
E nacqui.

Nel mezzo del cammino di questa vita in pausa ripenso: ho attraversato mari e cieli, selve oscure e campi assolati e non ho amato. Ho ferito chi si è voluto ferire, ho ucciso chi ha voluto uccidersi, ho morso con consapevolezza chi mi ha sfiorato, ho accarezzato chi non potevo, ho distribuito sale e miele, spruzzato lievi sguardi sui volti e nutrito cuori non conosciuti. Incoscienza.
Si vive di luce propria che si cerca di riflettere sugli altri, per specchiarsi e poter credere di aver trovato finalmente il giusto lato della vita.
Non rifletto luce perché non sono giudice e non voglio giudici che mi guardino cercando la loro luce dentro di me.
Non sono limpido non posso riflettere, sono opaco perché raccolgo il buio accumulando ombre, le mie ombre che si formano sotto la luna, lungo la strada svolgendo il filo.
Ma io ho assistito, ho guardato ai riflessi con curiosità osservando con neutra visione, anime e corpi. Non ho dato luce, né l'ho cercata, ho preferito essere l'ombra sovrapposta al buio e sguardo silente. Non ho amato i bagliori del vivere sul palco, ci sono salito e ridisceso con rapidità, tanto da non essere visto, tanto da non dover spiegare coi gesti se non nel tempo, che forse pur c'ero.
Ho però amato ed amo, i colori del grande teatro naturale, le note che mi accompagnano;e mi inchino a chi mi ha concesso con la vita le mie passioni, le mie pazzie, le mie stagioni.
E nacqui.

Ci sono giorni in cui vorrei spegnere ogni suono, essere avvolto dal silenzio per osservare il film muto della vita ed oggi vorrei stare sul vertice di un triangolo naturale, tra le nuvole col vento, senza occhi per poter pensare ed immaginare, sentendolo, il mio corpo e potergli far compagnia. II corpo è spesso solo, ma la mente non sa, non s'accorge, crede che, ascoltando il mondo e vedendo le presenze, la solitudine sia  altrove.
Non consapevolezza. Si è soli tra i suoni ed il frastuono, tra la folla e nella bolgia; si è in compagnia nella solitudine apparente. Molti temono la solitudine, né hanno paura, non conoscendone la maestosità e la generosità che sa donare alla mente e al corpo, nel creare solo in quel momento la fusione perfetta, la manifestazione della pienezza dell'essere completo.
Completo ma non perfetto, un numero, una somma di numeri casuali che un giorno un vagito, un pianto, portarono dal buio alla luce, dal silenzio ai suoni della festa, dalla purezza della solitudine all'apparenza dell'essere.

E così nacqui... col candore di uno scorpione velenoso.



Note: Shadows of the Hierophant
Antares alle 17:40 in:
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